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Un accurato restauro permette di datare con esattezza l’icona e farla risalire alla seconda metà del XIII secolo, risultato del fenomeno artistico che lega la Sicilia alla Toscana attraverso la Calabria e la Campania, con innesti della cultura pittorica pugliese.

In particolare, studi recenti attribuiscono l’opera a una fase complessa della cultura artistica meridionale, capitolo conclusivo dell’arte federiciana.

La presenza della tavola all’interno della Cattedrale cosentina trova la sua più antica attestazione in un atto notarile del 29 gennaio del 1594. Nel 1779 una fonte tarda ne testimonia la collocazione nell’attuale Cappella della Madonna in segno di riconoscenza verso la Vergine per aver liberato la città dalla peste che la colpì negli anni dell’episcopato di Francesco Borgia (1499-1511). Una tradizione leggendaria colloca lo stesso miracolo più tardi, intorno agli anni 1576-77, periodo in cui l’icona doveva essere esposta su un pilastro interno della navata, da qui il nome di Madonna del Pilerio. Più precisamente, il titolo deriva dal culto per la Virgen del Pilar, patrona della cultura ispanica diffusasi nell’Italia meridionale e insulare in età aragonese; potrebbe però molto più verosimilmente derivare da un preesistente appellativo di origine greca riferito a “porta” o “pilastro”, legato all’uso, tipico dell’epoca bizantina, di sistemare le immagini sacre su pilastri o porte. La stessa tradizione distingue nel volto della Vergine il segno del morbo allontanato e attribuisce all’immagine sacra il potere di proteggere la popolazione in caso di sismi o epidemie. La Vergine avrebbe infatti protetto la città dal terremoto del 1783, da quello del 12 febbraio 1854, in seguito al quale sarebbe stata istituita la “Festa del patrocinio”, e anche da quelli del 1832 e del 1835. La seconda incoronazione risale al 12 giugno 1836, la terza al mese di maggio del 1922.